“Bye bye book?”: poco self e molto social
(Photo credit: Carlo Ghilli)
Giornata campale, quella di sabato scorso alla Biblioteca Fucini di Empoli. Tre mesi di fatica culminati in un evento che possiamo senz’altro definire più che riuscito, se solo guardiamo ai numeri: quasi 200 partecipanti presenti, 250 persone connesse alla diretta video su Byebyebook.it, altrettante visualizzazioni, in sole ventiquattr’ore, ai tre Storify diligentemente redatti da Marta Traverso, che ben riassumono l’interazione tra i relatori presenti e chi seguiva via Twitter. Nessun ferito, al massimo un po’ di mal di testa per il poco sonno delle notti precedenti.
Provo a sciogliere alcuni nodi e a sottolineare alcuni punti emersi in maniera cristallina dalla giornata di studi.
1) La questione del nome
A qualcuno non è piaciuto il titolo della conferenza: accettiamo la critica, e per questo è giusto spiegarne le origini e le ragioni. “Bye bye book” nasce come battuta durante una delle prime riunioni organizzative tra la Biblioteca Fucini e noi del Self-publishing Lab: tutti ne percepiscono immediatamente la carica provocatoria, tant’è che si concorda di aggiungere il punto interrogativo proprio per sottolineare il fatto che non si tratta certo di un’affermazione perentoria o peggio di una funesta previsione, ma di uno stimolo alla discussione. Del resto, è proprio la nozione di libro che sta al centro della riflessione collettiva di tutti i relatori; se tale nozione evolve, questo non può che influenzare tutte le fasi e i processi relativi alla produzione e diffusione dell’oggetto-libro: dalle pratiche di scrittura al concetto di autore, dalle modalità di lettura digitale a quelle di prestito bibliotecario, dalle forme dell’autopubblicazione ai suoi risvolti legali.







