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La comunità degli autori e dei lettori liberi
28 Febbraio
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A chi interessa il self-publishing?

Guardando la lista (ancora provvisoria) di iscritti a Bye bye book? - il primo evento italiano interamente dedicato al self-publishing, che il Self-publishing Lab ha organizzato insieme alla Biblioteca comunale Renato Fucini di Empoli – possiamo cominciare a fare alcune riflessioni su quello che è il pubblico interessato all’ancóra misterioso mondo dell’autopubblicazione.

Dei quasi 150 iscritti, una buona maggioranza è composta da personale del mondo delle biblioteche; questo si spiega facilmente considerando che è stata proprio una biblioteca (e una di quelle più all’avanguardia sul fronte digitale) a promuovere l’evento. Insieme ai bibliotecari, il grosso degli iscritti si divide equamente in due gruppi: soggetti che lavorano presso enti pubblici (province e comuni) e università (docenti e personale tecnico-amministrativo) da un lato, e scrittori (più o meno esordienti) e blogger dall’altro.

Soffermiamoci su questi ultimi: si tratta di individui che, in un modo o nell’altro, fanno della scrittura una passione, e alcuni ne guadagnano anche da vivere (magari come secondo lavoro, è dato immaginare…). Qualcuno ha anche già autopubblicato delle opere. Qualcun altro avrà il classico romanzo nel cassetto (anche se sarebbe meglio dire “nell’hard disk”). L’interesse che hanno dimostrato nei confronti di Bye bye book? è comprensibile e non necessita ulteriori spiegazioni.

Il dato rilevante, tuttavia, è un altro. A interessarsi di self-publishing non ci sono solo o prevalentemente quell’esercito di pseudoautori (cit.), quelle falangi di narcisi danarosi disposti a spendere cifre consistenti pur di essere pubblicati, quelle orde di dilettanti-perché-non-passati-attraverso-il-filtro-editoriale di cui tanto orrore sembrano avere alcuni intellettuali nostrani. A interessarsi di self-publishing ci sono anche – e in misura maggiore – esponenti di quello che sinteticamente potremmo chiamare “settore pubblico”.

Perché?

Prima di provare a rispondere a questa domanda, sgombriamo il campo da un equivoco che da troppo tempo inquina e appesantisce ogni riflessione seria sul self-publishing: è sbagliato e limitante pensare che l’autopubblicazione abbia come unico campo di applicazione la narrativa o la fiction. Così come l’editoria non si riduce alla produzione di romanzi, novelle, racconti e poesie, ma copre i vasti ambiti della saggistica, della manualistica, della scolastica, delle riviste e via dicendo, allo stesso modo il self-publishing non può essere considerato come lo strumento di ripiego dello scrittore fallito.

La composizione del pubblico di Bye bye book? conferma – se non con valore euristico per lo meno come indicazione metodologica – che l’acquisizione di conoscenze utili all’autopubblicazione può rivelarsi funzionale a una molteplicità di ambiti diversi. Pensiamo alle scuole, dove già esistono casi virtuosi, oppure alle stesse amministrazioni pubbliche, che in continuazione sfornano documenti, manuali, regolamenti – insomma, testi – che in digitale potrebbero circolare assai più facilmente e a costi molto ridotti. Pensiamo alla ricerca universitaria, che potrebbe moltiplicare le sue pubblicazioni – ferme restando le attuali pratiche di revisione scientifica e peer reviewing - consentendo ai ricercatori, con poca spesa, di diffondere i risultati del proprio lavoro. Pensiamo al mondo delle organizzazioni non governative, che spesso e volentieri, per perseguire i propri fini, producono una mole di studi e documenti.

Ecco a chi interessa il self-publishing – e non sono i soli: ci sono anche gli editori. Quelli, per lo meno, che non si chiudono in una concezione conservatrice del lavoro editoriale, ma che hanno capito che il cambiamento è necessario e accadrà a prescindere dai piagnistei di chicchessia. Se il self-publishing sarà un elemento centrale dell’industria culturale a venire, allora è importante cavalcare il cambiamento, non lasciarsene travolgere. E’ una questione – anche – di responsabilità culturale.


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