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La comunità degli autori e dei lettori liberi
02 Novembre
14Commenti

Chi è senza peccato scagli la prima pietra: (alcun)i TQ e il self-publishing

Domenica 30 ottobre, a pagina 10 de Il Manifesto, leggo un denso articolo dal titolo Tu scrittore (a pagamento)  a firma di Andrea Libero Carbone, Alessandro Raveggi, Vanni Santoni e Giorgio Vasta, in qualità di membri della GenerazioneTQ. Lo stesso articolo è stato poi diffuso, con un ulteriore paragrafo iniziale, su e dai più famigerati blog letterari italiani con un nuovo titolo: Una questione di qualità. Ho avuto modo – facendo io stesso parte di Tq e grazie alla cortesia di Vanni Santoni – di prendere visione della prima stesura, nella sua versione del 21 ottobre, ma non delle trasformazioni che questo ha subito fino alla sua uscita sulle colonne del Manifesto.

Si tratta a prima vista di un j’accuse nei confronti del self-publishing, ma leggendo l’articolo si vede subito che il tono non è polemico, è critico, e il taglio non è giornalistico, bensì accademico.

Difficile non concordare con le premesse: si dice in apertura che «la locuzione di self-publishing di per sé è neutrale». Ed  anche le conclusioni sono condivisibili: più trasparenza nell’editoria (anche se le soluzioni suggerite, in verità, appaiono caratterizzate da una certa naïveté), maggiore capacità di mettersi in gioco da parte dell’autore desideroso di pubblicare. In estrema sintesi i quattro autori se la prendono con la vanity press e con il print on demand, diaboliche pratiche che nel loro articolo hanno il nome rispettivamente di Albatros/IlFilo e ilmiolibro.it.

Altrettanto difficile è non constatare i limiti analitici e la debolezza dei presupposti teorici di uno scritto che avrebbe meritato un altro trattamento. Mi piace pensare, tuttavia, che questo sia il punto d’inizio di un lavoro di ricerca, approfondimento e divulgazione sulle pratiche del self-publishing del quale la variegata costellazione TQ sia un interlocutore di spessore.

Da un punto di vista squisitamente logico gli autori definiscono in apertura il loro concetto di “pseudoeditoria”, lasciando dunque intendere che esiste, altrove, una “vera” editoria. Eppure, salvo le poche e diplomatiche parole in chiusura sull’esigenza della trasparenza nelle scelte editoriali, non un’osservazione è spesa contro le evidenti – e tutt’altro che mitologiche: si vedano le centinaia di testimonianze di cui trabocca la rete – storture dell’industria editoriale italiana. Dando per assodate le sincere intenzioni critiche dei quatto autori, nasce allora un problema di opportunità. Faccio un esempio: verso la fine dell’articolo si suggerisce di rendere pubblici i nomi, aggiungendoli nei “titoli di coda” di un libro (come fa Minimum Fax da tempo), di coloro che hanno effettivamente selezionato il testo in questione, e lo hanno editato e corretto. Non è una cattiva idea, ma è un’idea ingenua, o per lo meno non sufficiente. Non solo per gli ottimi motivi che spiega Morgan Palmas ma perché se il problema è la trasparenza, allora tale proposta è un placebo.

La trasparenza è un valore, non si discute, e l’implementazione concreta di pratiche virtuose deve servire a dare dell’editoria italiana un’immagine migliore; ma i metodi sono, a mio giudizio, altri:

  • si rendano note la tiratura e le vendite di ogni libro, in maniera chiara e verificabile
  • si rendano note le percentuali di royalties che ogni autore percepisce
  • si renda nota la durata della cessione dei diritti di sfruttamento commerciale che l’autore concede all’editore
Si costruisca, cioè, un rapporto di totale franchezza tra tutti i protagonisti della filiera editoriale, inclusi i lettori: costoro, essendo in grado di conoscere le dinamiche del mondo editoriale, sarebbero veramente dotati della possibilità di scegliere le proprie letture secondo criteri più circostanziati; gli editori ne guadagnerebbero in immagine e prestigio; gli scrittori non si vedrebbero più accusati di far parte di una ristretta cerchia di raccomandati, o di essere sempre chiusi nelle proprie torri d’avorio fatte di amicizie e privilegi.
Ecco allora il problema di opportunità che segnalavo: ha senso fare una disamina della cosiddetta pseudoeditoria se prima non si sottopone a una critica serrata l’industria editoriale italiana? Come quei medici che prescrivono un antipiretico senza chiedersi dove origini la febbre, nell’articolo si confonde il sintomo con la malattia. 
Ancora: non sarebbe stato il caso di documentarsi meglio, di studiare le tante case histories esistenti, di guardare fuori dalle strette mura dell’editoria nostrana? Non sarebbe stato meglio costruirsi prima una metodologia, un percorso di ricerca? Le guiding questions di Carbone, Raveggi, Santoni e Vasta sono profonde e acute, meritevoli, anzi, bisognose di risposta. Ma l’analisi, seppur costellata di spunti condivisibili e degni di approfondimento, procede a contrario: non affronta i materiali, li piega a uno schema preconcetto.
La vanity press o editoria a pagamento - lo dico nel modo più chiaro possibile – è una malapianta da estirpare, se si ha a cuore la qualità delle produzione editoriale. Ma per farlo bisogna agire sulle cause del suo proliferare, non sugli effetti. Sebbene questo nesso causale non sfugga ai quattro autori dell’articolo, essi non lo affrontano.
Diverso è il discorso sul print-on-demand (POD), il quale è strumento ancor più neutro di quanto si pensi: il POD non equivale a ilmiolibro.it o a simili fornitori di servizi; il POD oggi rappresenta un modello di business che in potenza avvicina la domanda e l’offerta di libri, abbatte i costi di produzione, evita le rese, rende l’intera economia di scala della filiera editoriale più sostenibile. Un’economia che ha sempre di più la forma della coda lunga. E tutto ciò senza considerare se il libro pubblicato in POD sia mal scritto o meno. Non è un caso che molti editori tradizionali – di quelli che selezionano, insomma – stiano cominciando a guardarlo con crescente interesse. Che il POD non sia editoria ma semplice tipografia è un’ovvietà, nessuno lo nega: manca il filtro dell’editore. Su questo, la riflessione di Carolina Cutolo su ScrittoriPrecari è assai più precisa e circostanziata.
Ora, nonostante in apertura del pezzo si dica che «oggetto di questi nostri appunti è la dimensione etica, economica e culturale di quella che chiameremo pseudoeditoria» io non ravviso da nessuna parte, nell’articolo, la consapevolezza che quello del libro, piaccia o non piaccia, è un mercato, e in quanto tale obbedisce in massima parte alle regole e alle dinamiche dello scambio economico. Anzi, assisto a quella che giudico una vera e propria capriola logica:
Nella pseudoeditoria, gli editori danno le loro dimissioni intellettuali, ma non si dimettono dai loro interessi economici: non svolgono più il ruolo di un servizio finalizzato allo sviluppo di una capacità pubblica, ma di un servizio d’accesso a una casta a pagamento.
Se prima si dice che il colpevole è l’editore, reo di aver rassegnato le dimissioni intellettuali e di perseguire solo i suoi interessi economici, poco dopo la posizione di questi passa da imputato a correo; la vera mente criminale (se mi si permette di continuare con la similitudine giudiziaria) è la casta a pagamento. Ossia, se ben comprendo, il pubblico che accede all’editoria a pagamento. In parole povere: lo pseudoautore che narcisisticamente sborsa dei quattrini per pubblicare con uno pseudoeditore il suo pseudoromanzo è il vero colpevole della brutta piega che ha preso l’editoria italiana. Detto in termini economici, il cliente ha torto marcio perché chiede un servizio che non avrebbe diritto di chiedere. Tale ragionamento, poi, cozza in maniera lampante con quanto si afferma, poco prima, in merito al celebre esempio di Giorgia Grasso e dell’editore Albatros/IlFilo: se il nonsense di voler pubblicare comunque – dietro compenso – un testo falso di un autore falso è della pseudoeditrice, perché ora ce la si prende con chi quel servizio lo richiede? Al massimo, si potrebbe tacciare costui (come fa la Cutolo nell’articolo citato sopra) d’ingenuità.
Questo genere d’incongruenze risiede a mio modo di vedere in due ordini di ragioni. In primo luogo la prospettiva adottata: quella dell’autore-pubblicato-da-editori-tradizionali che soffre – verrebbe da dire di una sofferenza ontologica - a causa dell’annacquamento della nozione stessa di autore (a alla fine non sa più con chi prendersela); una prospettiva, poi, eccessivamente culturalista e lontana dai meccanismi concreti dell’economia editoriale. In secondo luogo una mancanza d’informazioni su cosa sia il self-publishing, e una conseguente confusione concettuale.
Se legittimamente si critica la logica del profitto che guida la vanity press non si può però nascondere che quella stessa logica anima le scelte di editori di più radicato e condiviso prestigio. Lascia sinceramente perplessi, poi, il tono quasi sdegnato con cui vengono accolte le affermazioni di Riccardo (e non Roberto, come riportato nell’articolo) Cavallero, direttore Libri Trade di Mondadori, in merito al self-publishing – insomma, non certo l’ultimo arrivato dell’industria editoriale.
Ecco nuovamente il limite maggiore di questi appunti di riflessione: giudicano, prima di comprendere. Si lasciano guidare – questa è la mia ipotesi – da delle preoccupazioni (in sé legittime) di natura ontologica (chi può dirsi autore oggi? Cosa distingue un testo di qualità da un testo non di qualità?) e culturale (come si regola l’accesso alla pubblicazione? Come si democratizza la diffusione di contenuti editoriali di valore?) per risolvere le quali, tuttavia, essi evitano di sporcarsi le mani con i meccanismi concreti di funzionamento dell’industria editoriale. Cercano una sorta di nemico esterno senza accorgersi che questo nasce come un cancro nel corpo malato dell’editoria italica. Confondono con una sorprendente leggerezza cause endogene e cause esogene. Disperdono – sicuramente in maniera non definitiva, e questo mi fa ben sperare – un prezioso e acuto sguardo su quei processi culturali che interagiscono con le dinamiche economiche (Gramsci, anyone?) a causa di un’affannata ricerca di un colpevole: tu, scrittore a pagamento!
Resta da dire che tutto quanto affermano Carbone, Raveggi, Santoni e Vasta in merito al valore formativo del rifiuto che un editore oppone a un esordiente è condivisibile, ma non sufficiente: chiunque abbia la pretesa di svolgere una funzione educatrice (perché, in fondo, è di questo che stanno parlando i quattro autori) deve sapere che il fallimento, per diventare momento di crescita, deve essere analizzato, scomposto, e finalmente compreso – in questo caso dall’aspirante scrittore. Eppure, quante case editrici intessono un dialogo con chi manda loro dei manoscritti che poi vengono rifiutati? La stessa Minimun Fax, tra le case editrici più “virtuose”, in calce all’articolo ripostato ieri su minimaetmoralia afferma che
[...] dal momento che a leggere siamo una o due persone (che fanno anche altre mille cose), e dal momento che arrivano 2000 manoscritti all’anno e noi non abbiamo letteralmente le forze per rispondere circostanziatamente a tutti, ci sono manoscritti che ci sono sfuggiti, quelli su cui ci siamo sbagliati eccetera[...]

Ciò è ovviamente comprensibile e in buona parte giustificabile. Tuttavia non autorizza a scaricare addosso a un non meglio definito scrittore a pagamento l’accusa di narcisismo. Del resto, quale scrittore non è narciso? Non si scrive e si pubblica perché sospinti da una forte considerazione di sé? E’ così da sempre, sempre lo sarà, e in ciò non c’è assolutamente nulla di male. Ma l’accusa di narcisismo, lanciata da scrittori di professione, si trasforma in un pericolosissimo boomerang. Chi è senza peccato scagli la prima pietra.

In conclusione, vorrei abbozzare un percorso di riflessione sul self-publishing che integri e completi i limiti di quello offerto da Carbone, Raveggi, Santoni e Vasta. Per punti:

  1. Chiarezza concettuale: il self-publishing non solo non equivale alla vanity press o al POD, ma nasce e si sviluppa proprio come modello alternativo, da una parte a un’editoria i cui canali di accesso sono sempre più stretti e presidiati, dall’altra all’editoria a pagamento. Unire le tre nozioni in un unico calderone è erroneo e fuorviante.
  2. Contestualizzazione: il self-publishing è un modello che impone un cambio paradigmatico all’editoria che siamo abituati a conoscere, e dunque non può essere compreso senza un’adeguata contestualizzazione sistemica. Bisogna scendere nei dettagli del funzionamento della macchina editoriale, svelarne i meccanismi, raccontarne le logiche: solo così facendo si potrà, per contro, mettere in evidenza i pro e i contro del self-publishing.
  3. Prospettiva analitica: si abbandoni l’ontologia dei soggetti e si guardi alle relazioni: che tipo di rapporto instaura un autore autopubblicato con i suoi lettori? Un aspirante scrittore con gli editori? Uno scrittore affermato con il proprio editore? Dall’analisi puntuale di equilibri e squilibri, differenziali di potere e interesse, vantaggi e svantaggi, emergeranno e si disegneranno gli scenari dell’editoria futura.
  4. Articolazione sfondo/soggetto: posto che il rapporto tra modelli di business nell’editoria e mutazioni culturali è biunivoco, come si estrinseca?  In che modo il mercato del libro e i suoi protagonisti influiscono sui processi culturali?
Queste sono domande di tutti e per tutti. Il Self-publishing Lab se le pone da tempo. E io so che la pluralità di voci e l’abitudine alla dialettica che caratterizza i membri di TQ consentirà lo sviluppo di una discussione feconda. L’obiettivo comune è quello di promuovere la qualità dei libri e delle pubblicazioni.
eFFe
  • http://www.sergiocovelli.com Sergio Covelli

    “Se persino le grandi case editrici non esitano a pubblicare incautamente opere di scarso valore e di scarso successo, non conoscendo peraltro la formula che da vita ad un best seller, perché un aspirante scrittore dovrebbe continuare ad affidarsi al loro esame invece di sottoporsi direttamente al giudizio dei lettori, senza mediazione alcuna?”

    L’ha detto Vittorio Schiraldi e non è certo uno che pubblica con ilmiolibro.it…
    :-)

  • http://giovanniventuri.com/ Giovanni

    Infatti. Oggi sia grandi che piccole case editrici pubblicano un po’ alla buona. Ci sono certamente buoni testi in giro, ma quelli scadenti pure non mancano. A quel punto il self-publishing diventa una cosa «scomoda» è chiaro. Ma il discorso è complesso. Ci sono autori e autori. Prima di autopubblicarsi bisogna pensarci molte volte. Fare molto lavoro sul testo per superare l’esame del «ti sei autopubblicato perché il tuo testo non vale nulla e nessuna casa editrice voleva saperne». In gran parte dei casi è vero, ma c’è anche una buona percentuale che poi sfata questa opinione. Chissà :) .

  • http://sarmizegetusa.wordpress.com sarmzegetusa

    Caro eFFe, concordo al 100% (o forse piú) con quello che dici sulla trasparenza.
    Ragioni anche di tempo hanno fatto si che il documento fosse ampio nelle accuse ma un poco limitato nelle proposte e (almeno per quanto riguarda il mio 25%) accoglierei in pieno i tuoi suggerimenti.

  • Simone Ghelli

    Mi trovi assolutamente d’accordo sulla necessità d’indagare le cause del fenomeno (ovvero quella che oggi si definisce “editoria tradizionale”), nonché sull’importanza di analizzare i meccanismi che regolano i nuovi rapporti (economici e sociali) che si vanno instaurando tra l’autore e i propri lettori.
    Come accennavo su NI, un primo passo dell’editoria tradizionale potrebbe essere intanto quello di vedere internet come un potenziale serbatoio da cui attingere: questo significherebbe invertire il percorso, per cui non sarebbe più lo scrittore a bussare alla porta dell’editore, ma viceversa – e quantomento si limiterebbero i fenomeni dell’invio incondizionato di manoscritti, che come sappiamo tutti rimangono per la maggior parte non letti (oppure letti con ritardi notevoli). A fungere da primo filtro sarebbero in questo caso le redazioni di siti e blog, un po’ sul modello di quello che fa già Vibrisselibri.
    Per quanto riguarda il self-publishing, mi sembra in effetti che ci siano molti più pregiudizi nel campo delle lettere che da altre parti: da ex musicista posso confermare che l’autoproduzione è prassi consolidata da molto tempo, senza la quale non esisterebbe quel mercato “underground” da cui pescano ogni tanto le etichette discografiche.

    Simone

  • Stefano Tura

    Sono d’accordissimo con il commento di Simone, che va a cogliere un punto a cui tengo, ovvero che il self publishing possa e forse debba essere non in competizione ma anzi in sinergia con l’editoria tradizionale. La funzione di filtro è certo la prima che viene in mente – penso per esempio anche a quello che The Friday Project fa con Authonomy.

    Questo è anche uno dei punti cardine che differenziano il self publishing dalla vanity press. Come giustamente rileva eFFe, è sbagliato infatti mettere i due in uno stesso calderone (per non parlare del POD, che apre un discorso ben più ampio e va molto al di là di quello di ilmiolibro).

    Il primo passo da compiere mi pare che sia indicato molto bene da eFFe, ed è proprio quello di chiarire di cosa parliamo quando parliamo di self publishing. Come primo spunto farei mio un tema molto caro a Mauro Sandrini, ovvero che il self publishing (almeno come lo intendo io) vuole puntare a “responsabilizzare” l’autore, e lo spinge a valutare le forze che può mettere in campo e gli aiuti di cui ha bisogno, e non a “deresponsabilizzarlo”, direzione presa semmai proprio dalla vanity press.

  • Roberta Salardi

    Lo “pseudoautore” che ricorre al self-publishing più schietto sarà indubbiamente un ingenuo. In quanto tale, non va colpevolizzato, come giustamente dice Forlani, ma difeso: vanno difese le sue ragioni di vittima di circostanze negative, va difesa la sua potenzialità di escluso a priori da un discorso elitario. Da qui il futuro che spero si apra in internet della libera circolazione di testi connessi da una rete di interessi intellettuali e non pecuniari.
    Vediamo invece quali altre figure ben più scaltre ottengono la pubblicazione tradizionale, seguita, nel loro caso, da un grande lancio, pubblicità, visibilità:
    - il personaggio famoso (atleta, calciatore, persona entrata nel guinness dei primati, uomo di spettacolo, politico noto, ex truffatore o ex protagonista di famosi scandali o delitti) quanto mai lontano da interessi culturali o da aspirazioni letterarie;
    - il direttore di rivista o redattore influente in una rivista culturale che per anni pubblica questo e quello, risponde a delle pressioni, a delle ambizioni, si trova in una posizione di micropotere, elargisce favori, gestisce anche in base alle opportunità e alle convenienze un proprio ruolo. Se un giorno pubblicherà un libro, è prevedibile che questo libro sarà pubblicato, recensito e trattato con un’attenzione che potrà derivare più dalla riconoscenza che da un valore del testo in sé. In questo caso anche un libro molto mediocre otterrà molta più attenzione di un altro magari meno mediocre anzi molto più interessante ma prodotto da una persona meno influente.
    - chiunque si trovi in una posizione di potere, anche in settori molto lontani dalla letteratura ma comunicanti e in qualche modo interconnessi col mondo culturale, e sia in grado perciò di negoziare scambi e ottenere quello che vuole in diversi ambiti (va ricordato a questo proposito che potere e mass media, cui è annesso il vasto mondo del cinema, della pubblicità, del giornalismo, oggi come oggi vanno praticamente a braccetto).
    Dato questo quadro, seppure tratteggiato a grandi linee, è evidente che trovare una via di fuga da una situazione ampiamente manipolata dall’alto in cui sono in gioco grandi interessi incentrati sulla fabbrica del consenso, economia, condizionamento delle masse, intrattenimento, acriticità, è auspicabile e utile. Se un singolo Don Chisciotte vuole dire al mondo, a proprie spese, qualcosa di diverso, lo si dovrebbe salutare con simpatia e incoraggiare. Tutto sta a rintracciarlo come un ago in un pagliaio.

  • http://twitter.com/abcdeeFFe Abcde eFFe

    @Roberta

    le tue puntualizzazioni sono fondamentali. Sarei curioso di sapere cosa pensano i cd. “autori” di essere accostati ai vari Totti, Corona etc. Del resto, anche questi sono autori pubblicati, no? ;-)

    Si tratta, come ben evidenzi, proprio di una questione di rapporti di forza, di giochi di potere. Il che non equivale a dire che tutta l’editoria è criminale, bensì che l’attuale struttura di potere rappresenta il primo ostacolo all’emersione di testi di qualità. Il self-publishing come lo intendo io – che non è né vanity press né POD – rappresenta un possibile strumento attraverso il quale un autore può diffondere, in un regime economico di sostenibilità, i suoi contenuti.

    Dirò di più: dovremmo abbandonare, almeno nella forma, nozioni come quella di “filtro”, che si sono rivelate un paravento dietro al quale nascondere quelle storture a cui anche tu fai riferimento. E abbracciare piuttosto la nozione di “collaborazione”: un editore, un agente, un editor/redattore e un autore esordiente sono collaboratori in un progetto condiviso: la produzione di un libro/testo di qualità. E collaborano perchè il loro obiettivo sono i lettori.

  • http://twitter.com/abcdeeFFe Abcde eFFe

    Simone, sul ruolo della rete con me sfondi una porta aperta! :)
    Ecco, io per esempio mi ricordo che tempo fa mandai un raccontino (una microfiction) per un concorsino/selezione a Minima&Moralia. Ero contento del mio pezzo, tant’è che poi lo misi sul mio blog ed ebbe un certo successo. Però quel concorsino (dico -ino perché non si vinceva nulla se non la pubblicazione sul sito!) lo vincesti tu. Quando io lessi il tuo racconto, dissi a me stesso “però! Bravo questo Simone Ghelli! Molto più di me!” e subito dopo “uh, allora io mi ci devo impegnare di più!” :D
    Questa è solo una storiella, ma serve a mostrare come la rete non solo è serbatoio di qualità, ma anche palestra di autoformazione, che deriva, evidentemente, dal confronto orizzontale con altri.

    PS: Il nostro Sergio Covelli è un ex-musicista autoprodotto, e non è un caso che sia diventato un eccellente self-publisher! :D

  • Miradasculture

    gli effetti devastanti dell’avere tanto tempo libero

  • Simone Ghelli

    @Effe: purtroppo quell’iniziativa si è arenata molto velocemente… son contento che però il mio racconto abbia sortito qualche effetto :D

  • http://emiliashop.wordpress.com/ Francesca Diano

    Ho seguito già il dibattito su Scrittori in Causa e minima&moralia e ovunque ho trovato la stessa confusione tra vanity press e selfpublishing. La prima è un’oscenità, perché è un puro e semplice sfruttamento, che sfiora l’illegalità, di scriventi illusi di pubblicare con un editore “vero”. La seconda, se presa nel verso giusto, è la stessa cosa che andare da un tipografo e farsi stampare un testo invece che fotocopiarlo. MA. si deve essere consapevoli che è SOLO questo.
    L’ambiguità de ilmiolibro invece è che lascia intendere altro. Anzi, di recente ha introdotto un contratto da sottoscrivere, prima di accedere a qualunque servizio – contratto che prima non c’era – che a mio avviso andrebbe denunciato in rete perché molto insidioso e sta trasformando ilmiolibro in una velata replica di Albatros. Arriva all’ardire di far sottoscrivere un impegno in cui gli si riconosce il diritto di agire in esclusiva da agenzia letteraria per 6 mesi se qualche editore lo pubblica dopo averlo visto lì e esige che il testo rimanga sul sito 10 mesi, anche se pubblicato da altri!!! Ma vi rendete conto? Non è legale.
    Comunque, a proposito delle politiche editoriali delle case editrici italiane, io ne ho da raccontare a iosa. Dato che da ben 30 anni ci sono in mezzo come traduttrice letteraria non certo sconosciuta e consulente editoriale. E non per piccoli editori, ma editori e gruppi editoriali di gran peso.
    Ne ho viste di tutti i colori e posso dire a ragion veduta che nelle loro scelte, non solo la ridicola questione dell’etica è assente, ma la qualità è l’ultimo dei loro pensieri.
    I motivi delle scelte sono al 70% la commercializzazione (e qui non lo trovo del tutto errato, dato che è un’industria e deve fruttare) di un prodotto che, se mediocre ma di moda è meglio e al 30% le amicizie e le cortesie reciproche. Stop.
    La vera consistenza dei diritti non di rado è tenuta nascosta all’autore, specie se straniero, i resoconti annuali una chimera, a volte non pagano proprio tanto da doverci mettere gli avvocati, i modi nel trattare anche autori importanti improntati all’arroganza di incompetenti messi a fare i direttori editoriali e gli editor, i traduttori scelti in base alla loro inesperienza per poterli pagare poco, con i risultati orripilanti che si leggono, non prestano alcuna attenzione a suggerimenti di pubblicare grandi opere letterarie straniere perché, pur famosissime all’estero, loro nella loro ignoranza non le conoscono, a meno che non gli vengano dagli amici loro ecc.
    E, ripeto, sto parlando di grandi editori.
    Io al momento di questa spazzatura che è buona parte dell’editoria italiana non me ne voglio più occupare, anche perché i miei riscontri come autore li sto avendo all’estero, e non di poco conto.
    Spero di aver contribuito a chiarire e confermare cosa sia l’editoria italiana oggi. Non diversa da tutto il resto di come funziona il nostro paese.

  • http://www.federicasgaggio.it federica sgaggio

    Sono d’accordo con l’impianto dell’analisi.
    Ma – posto che, più chiaramente che nel cosiddetto settore dell’editoria giornalistica, nell’editoria libraria il profitto sembrerebbe ancora misurarsi in termini più economici che relazionali (e poi, chissà…) – io mi interrogo da molto tempo sull’effettiva esistenza di ciò che chiamiamo «mercato».
    Nel senso che non sono sicura che i meccanismi che presiedono al funzionamento del settore siano necessariamente e sempre – per esempio – la legge della domanda e dell’offerta.
    Insomma: ci interroghiamo, e giustamente, sulla definizione di «qualità», eppure non facciamo una grinza quando diciamo che qui si tratta di un «mercato»…

  • http://twitter.com/abcdeeFFe Abcde eFFe

    Federica, sollevi un punto interessante, che merita in effetti un approfondimento. Un mercato non è certo un sistema che obbedisce perfettamente alla razionalità teorica dei modelli matematici: in esso molte altre variabili servono a spiegare i comportamenti degli agenti economici: chi produce, chi distribuisce, chi vende, chi acquista. Dal punto di vista dell’editore, tuttavia, mi sembra di poter identificare alcuni punti fermi:
    1) un editore deve poter incassare abbastanza da rendere la sua impresa sostenibile (pagare dipendenti, fornitori etc) nonché espandibile (aumentare i titoli in catalogo, le collane etc) nel tempo
    2) per farlo ha bisogno di sapere una serie di dati su quel particolare scambio economico che chiamiamo mercato del libro: cosa vende di più, come e dove lo si vende, a chi lo si vende etc.
    3) anche un editore che ha a cuore lo spessore dei libri che pubblica deve fare simili considerazioni, naturalmente negoziando di volta in volta tra vincoli di bilancio e scelte editoriali/culturali

    In questo contesto, il self-publishing interviene “fastidiosamente” nelle prassi che si erano da tempo instaurate in questo tipo di mercato. Ma come sanno bene Cavallaro & Co., quelle che a prima vista possono sembrare difficoltà, possono invece rivelarsi opportunità, se adeguatamente manipolate. Il self-publishing è uno strumento, e in quanto tale è neutro: non si giudica un coltello, ma solo l’uomo che lo usa per uccidere e non per tagliare il pane.

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