Domenica 30 ottobre, a pagina 10 de Il Manifesto, leggo un denso articolo dal titolo Tu scrittore (a pagamento) a firma di Andrea Libero Carbone, Alessandro Raveggi, Vanni Santoni e Giorgio Vasta, in qualità di membri della GenerazioneTQ. Lo stesso articolo è stato poi diffuso, con un ulteriore paragrafo iniziale, su e dai più famigerati blog letterari italiani con un nuovo titolo: Una questione di qualità. Ho avuto modo – facendo io stesso parte di Tq e grazie alla cortesia di Vanni Santoni – di prendere visione della prima stesura, nella sua versione del 21 ottobre, ma non delle trasformazioni che questo ha subito fino alla sua uscita sulle colonne del Manifesto.
Si tratta a prima vista di un j’accuse nei confronti del self-publishing, ma leggendo l’articolo si vede subito che il tono non è polemico, è critico, e il taglio non è giornalistico, bensì accademico.
Difficile non concordare con le premesse: si dice in apertura che «la locuzione di self-publishing di per sé è neutrale». Ed anche le conclusioni sono condivisibili: più trasparenza nell’editoria (anche se le soluzioni suggerite, in verità, appaiono caratterizzate da una certa naïveté), maggiore capacità di mettersi in gioco da parte dell’autore desideroso di pubblicare. In estrema sintesi i quattro autori se la prendono con la vanity press e con il print on demand, diaboliche pratiche che nel loro articolo hanno il nome rispettivamente di Albatros/IlFilo e ilmiolibro.it.
Altrettanto difficile è non constatare i limiti analitici e la debolezza dei presupposti teorici di uno scritto che avrebbe meritato un altro trattamento. Mi piace pensare, tuttavia, che questo sia il punto d’inizio di un lavoro di ricerca, approfondimento e divulgazione sulle pratiche del self-publishing del quale la variegata costellazione TQ sia un interlocutore di spessore.
Da un punto di vista squisitamente logico gli autori definiscono in apertura il loro concetto di “pseudoeditoria”, lasciando dunque intendere che esiste, altrove, una “vera” editoria. Eppure, salvo le poche e diplomatiche parole in chiusura sull’esigenza della trasparenza nelle scelte editoriali, non un’osservazione è spesa contro le evidenti – e tutt’altro che mitologiche: si vedano le centinaia di testimonianze di cui trabocca la rete – storture dell’industria editoriale italiana. Dando per assodate le sincere intenzioni critiche dei quatto autori, nasce allora un problema di opportunità. Faccio un esempio: verso la fine dell’articolo si suggerisce di rendere pubblici i nomi, aggiungendoli nei “titoli di coda” di un libro (come fa Minimum Fax da tempo), di coloro che hanno effettivamente selezionato il testo in questione, e lo hanno editato e corretto. Non è una cattiva idea, ma è un’idea ingenua, o per lo meno non sufficiente. Non solo per gli ottimi motivi che spiega Morgan Palmas ma perché se il problema è la trasparenza, allora tale proposta è un placebo.
La trasparenza è un valore, non si discute, e l’implementazione concreta di pratiche virtuose deve servire a dare dell’editoria italiana un’immagine migliore; ma i metodi sono, a mio giudizio, altri:
- si rendano note la tiratura e le vendite di ogni libro, in maniera chiara e verificabile
- si rendano note le percentuali di royalties che ogni autore percepisce
- si renda nota la durata della cessione dei diritti di sfruttamento commerciale che l’autore concede all’editore
Si costruisca, cioè, un rapporto di totale franchezza tra tutti i protagonisti della filiera editoriale, inclusi i lettori: costoro, essendo in grado di conoscere le dinamiche del mondo editoriale, sarebbero veramente dotati della possibilità di scegliere le proprie letture secondo criteri più circostanziati; gli editori ne guadagnerebbero in immagine e prestigio; gli scrittori non si vedrebbero più accusati di far parte di una ristretta cerchia di raccomandati, o di essere sempre chiusi nelle proprie torri d’avorio fatte di amicizie e privilegi.
Ecco allora il problema di opportunità che segnalavo: ha senso fare una disamina della cosiddetta pseudoeditoria se prima non si sottopone a una critica serrata l’industria editoriale italiana? Come quei medici che prescrivono un antipiretico senza chiedersi dove origini la febbre, nell’articolo si confonde il sintomo con la malattia.
Ancora: non sarebbe stato il caso di documentarsi meglio, di studiare le tante case histories esistenti, di guardare fuori dalle strette mura dell’editoria nostrana? Non sarebbe stato meglio costruirsi prima una metodologia, un percorso di ricerca? Le guiding questions di Carbone, Raveggi, Santoni e Vasta sono profonde e acute, meritevoli, anzi, bisognose di risposta. Ma l’analisi, seppur costellata di spunti condivisibili e degni di approfondimento, procede a contrario: non affronta i materiali, li piega a uno schema preconcetto.
La vanity press o editoria a pagamento - lo dico nel modo più chiaro possibile – è una malapianta da estirpare, se si ha a cuore la qualità delle produzione editoriale. Ma per farlo bisogna agire sulle cause del suo proliferare, non sugli effetti. Sebbene questo nesso causale non sfugga ai quattro autori dell’articolo, essi non lo affrontano.
Diverso è il discorso sul print-on-demand (POD), il quale è strumento ancor più neutro di quanto si pensi: il POD
non equivale a ilmiolibro.it o a simili fornitori di servizi; il POD oggi rappresenta un modello di business che in potenza avvicina la domanda e l’offerta di libri, abbatte i costi di produzione, evita le rese, rende l’intera economia di scala della filiera editoriale più sostenibile. Un’economia che ha sempre di più la forma della
coda lunga. E tutto ciò senza considerare se il libro pubblicato in POD sia mal scritto o meno. Non è un caso che molti editori tradizionali – di quelli che selezionano, insomma – stiano cominciando a guardarlo con crescente interesse. Che il POD non sia editoria ma semplice tipografia è un’ovvietà, nessuno lo nega: manca il filtro dell’editore. Su questo, la riflessione di Carolina Cutolo su
ScrittoriPrecari è assai più precisa e circostanziata.
Ora, nonostante in apertura del pezzo si dica che «oggetto di questi nostri appunti è la dimensione etica, economica e culturale di quella che chiameremo pseudoeditoria» io non ravviso da nessuna parte, nell’articolo, la consapevolezza che quello del libro, piaccia o non piaccia, è un mercato, e in quanto tale obbedisce in massima parte alle regole e alle dinamiche dello scambio economico. Anzi, assisto a quella che giudico una vera e propria capriola logica:
Nella pseudoeditoria, gli editori danno le loro dimissioni intellettuali, ma non si dimettono dai loro interessi economici: non svolgono più il ruolo di un servizio finalizzato allo sviluppo di una capacità pubblica, ma di un servizio d’accesso a una casta a pagamento.
Se prima si dice che il colpevole è l’editore, reo di aver rassegnato le dimissioni intellettuali e di perseguire solo i suoi interessi economici, poco dopo la posizione di questi passa da imputato a correo; la vera mente criminale (se mi si permette di continuare con la similitudine giudiziaria) è la casta a pagamento. Ossia, se ben comprendo, il pubblico che accede all’editoria a pagamento. In parole povere: lo pseudoautore che narcisisticamente sborsa dei quattrini per pubblicare con uno pseudoeditore il suo pseudoromanzo è il vero colpevole della brutta piega che ha preso l’editoria italiana. Detto in termini economici, il cliente ha torto marcio perché chiede un servizio che non avrebbe diritto di chiedere. Tale ragionamento, poi, cozza in maniera lampante con quanto si afferma, poco prima, in merito al celebre esempio di Giorgia Grasso e dell’editore Albatros/IlFilo: se il nonsense di voler pubblicare comunque – dietro compenso – un testo falso di un autore falso è della pseudoeditrice, perché ora ce la si prende con chi quel servizio lo richiede? Al massimo, si potrebbe tacciare costui (come fa la Cutolo nell’articolo citato sopra) d’ingenuità.
Questo genere d’incongruenze risiede a mio modo di vedere in due ordini di ragioni. In primo luogo la prospettiva adottata: quella dell’autore-pubblicato-da-editori-tradizionali che soffre – verrebbe da dire di una sofferenza ontologica - a causa dell’annacquamento della nozione stessa di autore (a alla fine non sa più con chi prendersela); una prospettiva, poi, eccessivamente culturalista e lontana dai meccanismi concreti dell’economia editoriale. In secondo luogo una mancanza d’informazioni su cosa sia il self-publishing, e una conseguente confusione concettuale.
Se legittimamente si critica la logica del profitto che guida la vanity press non si può però nascondere che quella stessa logica anima le scelte di editori di più radicato e condiviso prestigio. Lascia sinceramente perplessi, poi, il tono quasi sdegnato con cui vengono accolte le affermazioni di Riccardo (e non Roberto, come riportato nell’articolo) Cavallero, direttore Libri Trade di Mondadori, in merito al self-publishing – insomma, non certo l’ultimo arrivato dell’industria editoriale.
Ecco nuovamente il limite maggiore di questi appunti di riflessione: giudicano, prima di comprendere. Si lasciano guidare – questa è la mia ipotesi – da delle preoccupazioni (in sé legittime) di natura ontologica (chi può dirsi autore oggi? Cosa distingue un testo di qualità da un testo non di qualità?) e culturale (come si regola l’accesso alla pubblicazione? Come si democratizza la diffusione di contenuti editoriali di valore?) per risolvere le quali, tuttavia, essi evitano di sporcarsi le mani con i meccanismi concreti di funzionamento dell’industria editoriale. Cercano una sorta di nemico esterno senza accorgersi che questo nasce come un cancro nel corpo malato dell’editoria italica. Confondono con una sorprendente leggerezza cause endogene e cause esogene. Disperdono – sicuramente in maniera non definitiva, e questo mi fa ben sperare – un prezioso e acuto sguardo su quei processi culturali che interagiscono con le dinamiche economiche (Gramsci, anyone?) a causa di un’affannata ricerca di un colpevole: tu, scrittore a pagamento!
Resta da dire che tutto quanto affermano Carbone, Raveggi, Santoni e Vasta in merito al valore formativo del rifiuto che un editore oppone a un esordiente è condivisibile, ma non sufficiente: chiunque abbia la pretesa di svolgere una
funzione educatrice (perché, in fondo, è di questo che stanno parlando i quattro autori) deve sapere che il fallimento, per diventare momento di crescita, deve essere analizzato, scomposto, e finalmente compreso – in questo caso dall’aspirante scrittore. Eppure, quante case editrici intessono un dialogo con chi manda loro dei manoscritti che poi vengono rifiutati? La stessa Minimun Fax, tra le case editrici più “virtuose”, in calce all’articolo ripostato ieri su
minimaetmoralia afferma che
[...] dal momento che a leggere siamo una o due persone (che fanno anche altre mille cose), e dal momento che arrivano 2000 manoscritti all’anno e noi non abbiamo letteralmente le forze per rispondere circostanziatamente a tutti, ci sono manoscritti che ci sono sfuggiti, quelli su cui ci siamo sbagliati eccetera[...]
Ciò è ovviamente comprensibile e in buona parte giustificabile. Tuttavia non autorizza a scaricare addosso a un non meglio definito scrittore a pagamento l’accusa di narcisismo. Del resto, quale scrittore non è narciso? Non si scrive e si pubblica perché sospinti da una forte considerazione di sé? E’ così da sempre, sempre lo sarà, e in ciò non c’è assolutamente nulla di male. Ma l’accusa di narcisismo, lanciata da scrittori di professione, si trasforma in un pericolosissimo boomerang. Chi è senza peccato scagli la prima pietra.
In conclusione, vorrei abbozzare un percorso di riflessione sul self-publishing che integri e completi i limiti di quello offerto da Carbone, Raveggi, Santoni e Vasta. Per punti:
- Chiarezza concettuale: il self-publishing non solo non equivale alla vanity press o al POD, ma nasce e si sviluppa proprio come modello alternativo, da una parte a un’editoria i cui canali di accesso sono sempre più stretti e presidiati, dall’altra all’editoria a pagamento. Unire le tre nozioni in un unico calderone è erroneo e fuorviante.
- Contestualizzazione: il self-publishing è un modello che impone un cambio paradigmatico all’editoria che siamo abituati a conoscere, e dunque non può essere compreso senza un’adeguata contestualizzazione sistemica. Bisogna scendere nei dettagli del funzionamento della macchina editoriale, svelarne i meccanismi, raccontarne le logiche: solo così facendo si potrà, per contro, mettere in evidenza i pro e i contro del self-publishing.
- Prospettiva analitica: si abbandoni l’ontologia dei soggetti e si guardi alle relazioni: che tipo di rapporto instaura un autore autopubblicato con i suoi lettori? Un aspirante scrittore con gli editori? Uno scrittore affermato con il proprio editore? Dall’analisi puntuale di equilibri e squilibri, differenziali di potere e interesse, vantaggi e svantaggi, emergeranno e si disegneranno gli scenari dell’editoria futura.
- Articolazione sfondo/soggetto: posto che il rapporto tra modelli di business nell’editoria e mutazioni culturali è biunivoco, come si estrinseca? In che modo il mercato del libro e i suoi protagonisti influiscono sui processi culturali?
Queste sono domande di tutti e per tutti. Il Self-publishing Lab se le pone da tempo. E io so che la pluralità di voci e l’abitudine alla dialettica che caratterizza i membri di TQ consentirà lo sviluppo di una discussione feconda. L’obiettivo comune è quello di promuovere la qualità dei libri e delle pubblicazioni.
eFFe
Pingback: A chi interessa il self-publishing? | Self-publishing Lab